Lezione 2

Lezione 2

In questa seconda lezione abbiamo parlato di molte cose partendo dal rumore di fondo e andando a comprendere come, all’interno del viaggio che è lo speech, il rumore è spesso causato dallo speaker stesso.

Per evitare questo problema c’è bisogno che il suddetto viaggio sia il meno tortuoso possibile e che i nostri passeggeri si sentano a loro agio e riescano a seguirci. Abbiamo dunque visto come risulti necessario trovare un filo conduttore al quale “appendere” diversi pezzi del discorso facendo però attenzione a non appesantire troppo questo delicato filo.

Un aspetto sul quale ci siamo soffermati è stato quello riguardante la differenza fra il tema (o l’argomento) del discorso e il filo conduttore del discorso stesso: il tema può essere, abbiamo detto, la musica (un tema generico, come lo sono quelli delle conferenze ad esempio) ed il filo conduttore del nostro personale discorso potrà essere come la stessa musica generi sensazioni ed emozioni diverse a seconda del vissuto personale.

Il tema, spesso, non lo possiamo decidere noi perché veniamo chiamati a parlare in situazioni o eventi già tematizzati, ma il filo conduttore utile a condividere l’idea che vogliamo condividere spetta a noi trovarlo e per farlo dobbiamo innanzitutto pensare al pubblico: da chi è formato?, è esperto?, ha delle aspettative particolari?, cosa gli interessa?, etc.

Individuati questi primi parametri si passa alla ricerca vera e propria dell’idea che si vuole condividere che, ribadisco, dev’essere un’idea che valga la pena di essere condivisa e, soprattutto, un’idea che sia esplicabile in un tempo di circa 18 minuti (come consiglia Anderson) e che sia qualcosa di cui il pubblico voglia fare tesoro.

Bisogna dire di meno per poter comunicare di più.

Si parla, nello specifico, di riduzione della gamma degli argomenti relativi al filo conduttore trovato. La riduzione deve essere drastica e nel farla bisogna tenere a mente le 4 trappole viste nella precedente lezione (e quindi non caderci dentro!) e ricordarsi che un tentativo di connessione di tanti concetti rende il “viaggio” turbolento per l’ascoltatore, mentre uno speech fatto bene deve avere per ogni punto trattato due elementi: la spiegazione dell’importanza di quel punto e esempi/storie/fatti ad arricchire il punto.


Successivamente abbiamo parlato della struttura partendo però da principio e quindi andando a vedere quelle che il Professor Matt Abrahams (cattedra di Public Speaking a Stanford) suggerisce come strutture base utili da tenere in tasca e da usare non tanto durante uno speech quanto durante il quotidiano. Se, infatti, è provato che una struttura renda il processare di un’informazione fino al 40% più fluido da parte del cervello umano, è altrettanto vero che ogni volta che se ne pone l’occasione il cervello si domanda cosa dire e come dirlo. Bene, una struttura base imparata e metaforicamente messa in tasca ci risolve il “come dirlo”.

Di seguito vi riporto la tabella con le varie strutture da lui suggerite: il compito per questa settimana, oltre che trovare un tema e due fili conduttori ad esso correlati, è quello di provare ad utilizzare il più possibile queste strutture (in particolare la .seconda e la quinta dell’elenco) e tenere all’incirca il conto di quante volte le si utilizza in 7 giorni.

 

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